Le carrette del mare

UN TEMA ATTUALE E DEL PASSATO:

LA MIGRAZIONE DI POPOLI

Le migrazioni di popoli da una regione del mondo a un’altra sono eventi che si verificano ciclicamente nella storia dell’umanità. Oggi l’Italia e, più in generale, l’Europa occidentale sono la meta prescelta da milioni di abitanti dell’ Africa, dell’Asia, del Sud America, dell’ Europa dell’ Est, ma fino a pochi anni fa erano gli Italiani che emigravano, chi in Europa, chi nelle Americhe o in Australia.

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↑ Emigranti europei sbarcano a Ellis Island, a New York, (USA), nel 1902

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↑ Albanesi in fuga giungono a Bari, Italia 1991

Introduzione di Alessia Pietropinto

Carrette del mare.  Pasquale Bisceglia

Il fenomeno dell’immigrazione in Italia negli ultimi anni è aumentato a dismisura a causa delle guerre e delle crisi economiche che hanno coinvolto molti paesi europei e non. Quotidianamente sentiamo notizie di carrette piene di persone, che tentano di attraversare lunghi tratti di mare per cercare fortuna, fuggire da guerre e quindi rifarsi una nuova vita. Queste carrette rimangono vittime del mare e i passeggeri spesso perdono la vita. Uno dei casi in cui clamorosi fu quello della nave Vlora che chiuse una fase iniziale in cui l’Italia e l’Europa, guardavano con partecipazione la lotta di un popolo che si ribellava al regime dittatoriale in una specie di replica in miniatura della caduta dei regimi nell’europa centrale. La nave Vlora (probabilmente la più grande di tutta la marina albanese) giunse a Bari proprio in questo momento, ed al massimo della sua capacità: sui suoi ponti, nelle stive e perfino aggrappate ai pennoni più alti trovarono posto migliaia di persone, chi dice 20, chi 25, chi 27.000. Quando queste persone raggiunsero l’Italia il loro arrivo e la loro accoglienza non erano più viste come una questione di politica estera o di diritti umani, ma solo di sicurezza e di ordine pubblico

CARRETTE DEL MARE                                                                  Di Giacomo Alessia

Sicilia, senza fine gli sbarchi della fuga carrette del mare da Favignana a Siracusa

Oltre 300 nella sola mattinata. Il primo intervento a Lampedusa, con 77 migranti provenienti soccorsi dalla Capitaneria di porto. Tra loro ci sono otto donne. Poi centocinquanta siriani sbarcano tra Noto e Pachino, poco distante dalle coste siracusane dove i migranti erano stati soccorsi dai bagnanti. E altri cento in fuga approdano ad Aci Castello, a Catania.

E’ emergenza sbarchi in tutta la Sicilia, da Lampedusa a Siracusa, da Favignana a Catania. I migranti arrivano a frotte, in fuga dalle guerre e dalla fame dei loro Paesi di provenienza, secondo un rituale ormai tristemente noto. E la meta è sempre la stessa, la costa siciliana, primo avamposto dell’Europa sognata.

La prima ondata, alle prime luci dell’alba, al largo di Lampedusa: la Guardia costiera ha soccorso 77 migranti provenienti dalle coste africane, tra cui otto donne, a bordo di un gommone-carretta. Dall’imbarcazione, gli immigrati avevano lanciato intorno alla mezzanotte con un telefono satellitare una richiesta d’aiuto alla Capitaneria di porto di Palermo, cui ha fatto seguito l’intervento della motovedetta della guardia costiera, coadiuvata da una nave della Marina militare, a circa 40 miglia dall’isola siciliana.

 

Poco dopo, sulla costa orientale, un barcone con oltre cento immigrati a bordo è stato avvistato a largo di Aci Castello, nei pressi di Catania. L’imbarcazione è stata raggiunta da motovedette della Guardia costiera per essere guidata nel porto di Catania.

 

Dalla Libia all’Italia: il dramma delle carrette del mare verso il sogno europeo

Somali, etiopi, eritrei, sudanesi aspettano da settimane che l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) si esprima sulla loro sorte. Siamo a Medenina, principale città della Tunisia sudorientale dove raccogliamo le storie di uno dei tanti viaggi della speranza partito dalla Libia. La Guardia costiera tunisina ha salvato nel settembre scorso 94 persone che tentavano di raggiungere le coste italiane a bordo di un natante che stava colando a picco.

Berhanu era in quella carretta di fortuna e ci racconta quei momenti drammatici. Per lui e per la sua compagna ha pagato ai trafficanti 1400 euro circa, una delle tariffe meno care. “Dopo due giorni di viaggio, la barca ha cominciato ad avere problemi al motore, che si è rotto. A bordo non c’erano cibo e acqua a sufficienza. Le persone non avevano più nulla da mangiare o da bere. Dopo sei giorni, in molti hanno cominciato a morire. Alcune donne che hanno intrapreso il viaggio incinte, hanno perso il loro bambino, hanno avuto degli aborti. Quando siamo entrati in Tunisia, stavano sanguinando.” Tra i superstiti c‘è anche un bimbo di soli 4 mesi. Dietro il sorriso, si celano grandi tragedie. Violenze sessuali, arresti e costanti violazioni dei diritti umani spingono a lasciare la Libia. E a non voler ritornare. Anche se la vita qui nel campo profughi è difficile. Berhanu ci mostra dove e come vivono gli uomini che vengono separati dalle loro mogli. Il cibo e i servizi igienico-sanitari sono molto carenti. “Dobbiamo risolvere i problemi del nostro Paese, altrimenti le persone una volta tornate in Libia tenteranno di nuovo di andarsene, con altre carrette. Se saranno fortunati, entreranno in Italia, altrimenti moriranno,” è la convinzione di Berhanu.

Ci dirigiamo nel porto tunisino di Zarzis. Da qui, sessanta chilometri da Medenina, sono partiti molti barconi con migranti provenienti dalla Libia e diretti in Italia. Sfidare il mare, arrivare sulle coste italiane e tentare la fortuna in Europa. Questo, per molti, ha rappresentato l’unico futuro possibile dopo la cosiddetta “rivoluzione” del 2011 che ha provocato la caduta del regime di Gheddafi. Ma oggi non è più così, i controlli sulle coste sono stati intensificati. A Zarzis sono numerose le famiglie nelle quali uno dei componenti ha sfidato il mare. I sopravvissuti al naufragio hanno accusato una nave militare tunisina di aver deliberatamente speronato la barca per farla affondare, causando la morte di una trentina di passeggeri.

Le denunce dei familiari delle vittime sono rimaste inascoltate. Chiedono giustizia e sollecitano anche l’Unione Europea affinché affronti il dramma del Mediterraneo dopo l’ultimo tragico naufragio a largo di Lampedusa.

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Ricerca di  Pietropinto Alessia ↓

Ci sono degli emigranti che provengono principalmente dal Nord Africa, pagano un sacco di soldi a coloro che li portano in Italia, arrivano su vecchie barche, le cosiddette CARRETTE DEL MARE in stati indecenti (di salute). Sono i cosiddetti viaggi della speranza, i viaggi da clandestini pur di lasciare il proprio Paese, per trovare lavoro e un tenore di vita decente. Le carrette del mare sono delle vecchie imbarcazioni usate per le traversate, stipate di centinaia di persone. Gli emigranti lasciano il loro Paese per problemi politici, ma soprattutto per ricominciare o perchè sono poveri, ma usano tutti i loro risparmi per provare in un nuovo Paese maggiore accoglienza che nel proprio.

http://it.euronews.com/2013/10/29/dalla-libia-all-italia-il-dramma-delle-carrette-del-mare-verso-il-sogno-europeo/

http://video.corriere.it/carrette-mare-sfidano-acque/7ef5e0fa-465f-11e0-9838-118c1ba8bdb4

A volte gli immigrati seguono vie illegali per raggiungere il paese di destinazione, divenendo quindi irregolari e in tali casi si affidano a malavitosi che possono essere indicati come veri e propri schiavisti che gestiscono moderne tratte degli esseri umani. Un esempio sono i cosiddetti scafisti che ammassano enormi quantità di persone su navi di scarsissima qualità e sicurezza (le carrette del mare) partendo dalle coste settentrionali dell’Africa per arrivare nei Paesi mediterranei: l’Italia è una delle mete preferite perché il tratto dall’Africa alla Sicilia e in particolare a Lampedusa[3] è molto corto rispetto agli altri possibili percorsi. Per molti di loro il viaggio continua verso altri Paesi europei. Questi scafisti si fanno pagare somme molto ingenti in cambio della speranza di una nuova vita, e sono spesso alleati con varie organizzazioni criminali oltre che con la complicità della polizia del paese d’origine: attorno all’immigrazione illegale c’è un forte indotto criminale fin dall’origine.

Essendo entrati illegalmente, i clandestini non possono entrare nel mercato del lavoro ufficiale. Pertanto, arrivati a destinazione, vengono sfruttati da datori di lavoro senza scrupoli che li usano come manodopera a basso costo, approfittando del fatto che non sono regolarizzabili e sono facilmente ricattabili a causa della loro posizione irregolare.

In quanto manodopera a basso costo, gli stranieri irregolari finiscono, loro malgrado, per abbassare i salari medi (un fenomeno che è detto svalutazione sociale) in taluni casi questa situazione si riflette a danno dei lavoratori regolari peggiorandone la qualità della vita.

Molti clandestini spesso finiscono inoltre per ingrossare la rete della criminalità organizzata, dove svolgono il cosiddetto lavoro sporco, ovvero le mansioni più basse, meno desiderabili e più rischiose.

Ventidue anni fa la nave Vlora approdava in Italia

L’ emigrazione albanese era cominciata già da tempo; il primo sbarco risale al 2 luglio 1990, quando sei uomini raggiunsero le coste italiane a bordo di una zattera; negli stessi giorni, un imponente mobilitazione a Tirana aveva portato migliaia di persone ad occupare le ambasciate straniere ed a richiedere (ed ottenere) asilo politico all’estero (in Italia ne giunsero 803): fu un episodio sensazionale, perchè migliaia di persone riusciorono ad usare la leva dei rapporti internazionali per garantirsi un diritto, quello di andare all’estero, negato da anni dal loro governo.

Tra il febbraio e marzo 1991 un allentamento di controlli da parte del regime portò all’inizio dell’immigrazione di massa via mare: in pochi giorni raggiunsero la costa pugliese più di 25.000 cittadini Albanesi, che avevano occupato diverse navi nei porti di Durazzo, Saranda e Valona. Dopo un periodo di attesa in cui ad alcune navi fu negato il diritto di attracco il governo Italiano offrì a molti, tramite un provvedimento ad hoc, un permesso di soggiorno straordinario di un anno, il cui rinnovo era subordinato all’ottenimento di un contratto di lavoro.

Il Vlora raggiunse Bari l’8 agosto dello stesso anno; non era il primo sbarco, e l’Italia aveva già accolto migliaia di Albanesi in fuga. Nel corso di pochi mesi, però, la situazione era cambiata da entrambe le parti dell’Adriatico.

La nave Vlora (probabilmente la più grande di tutta la marina albanese) giunse a Bari proprio in questo momento, ed al massimo della sua capacità: sui suoi ponti, nelle stive e perfino aggrappate ai pennoni più alti trovarono posto migliaia di persone, chi dice 20, chi 25, chi 27.000.

Quante che fossero, quando queste persone raggiunsero l’Italia il loro arrivo e la loro accoglienza non erano più viste come una questione di politica estera o di diritti umani, ma solo di sicurezza e di ordine pubblico.

É difficile dire quali furono i fattori che spaventarono tanto  l’Italia. Sicuramente le dimensioni della nave ed il numero di persone, vera e propria cifra di emergenza, ma sicuramente anche un’informazione  che cercava di impressionare gli spettatori accentuando certi particolari aspetti, come il fatto che gli arrivati fossero “sporchi” (i testimoni dicono che appena arrivati furono fatti sedere in un piazzale del porto dove era stato scaricato del carbone) e “mezzi nudi” (in pieno agosto e dopo una traversata di 2 giorni in mare).  Ma più di tutto ad impressionare gli Italiani fu lo spettacolo squallido e deprimente dello Stadio della Vittoria, in cui la maggior parte degli arrivati fu ammassata senza che fosse predisposta una struttura di accoglienza, senza servizi igienici adeguati e soprattutto senza un controllo di sicurezza; indipendentemente dalla successiva decisione di espulsione immediata, il concentramento di migliaia di persone nello stadio di Bari fu l’aspetto più disumano della vicenda. Quando la televisione rese visibile il fortissimo degrado dello stadio (sono famose le riprese della distribuzione di alimenti, lanciati da gru sospesa sopra lo stadio) molti spettatori lo imputarono alla miseria ed alla (supposta) ferinità degli Albanesi piuttosto che ad una gestione insana e poco umana dell’emergenza: andò così che anche una mancanza del nostro governo contribuì ad aumentare i pregiudizi sull’altro.

Salvo qualcuno che riuscì a scappare per circostanze fortuite, tutti gli albanesi arrivati con il Vlora furono reimpatriati in Albania con voli militari nei giorni successivi. Moltissimi di loro tentarono e riuscirono successivamente ad arrivare in Italia, ma il loro respingimento in massa cambiò le strategie di una migrazione che ormai era priva di una copertura politica, e che passò così da imponenti sbarchi di massa a viaggi clandestini ed invisibili su piccole imbarcazioni che a volte avevano un esito tragico.

ANCHE DALL’ ITALIA ALL’INIZIO DEL ‘900 CI FU UNO SPOSTAMENTO DI QUESTO GENERE  E LA META ERA L’AMERICA. MAGARI ANCHE QUALCHE NOSTRO PARENTE  SI TROVAVA SU UNA CARRETTA DEL MARE.  IO SONO DI SAN FELE ED ECCO DEI MIEI POSSIBILI PARENTI REGISTRATI NEI DOCUMENTI DI ELLIS ISLAND che ho trovato su questo sito  https://www.ellisisland.org/

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Le carrette del mare                                            Mancusi Giuseppe

L carrette del mare sono una tipica imbarcazione proveniente dagli anni 70. Queste imbarcazioni ai nostri giorni vengono usate per trasportare sia il petrolio sia i clandestini. Queste imbarcazioni annodato origine a delle ipotetiche situazioni molto pericolose,fra queste vi è quella più famosa, quella di Berhanu. Questa imbarcazione dopo 2giorni di navigazione da riscontrato dei seri problemi al motore che in seguito si ruppe lasciando i passeggeri nel mare aperto senza cibo ne acqua. Dopo 6 giorni dalla rottura del motore iniziarono le strage di morti tra le varie persone sulla nave vi erano delle donne incinte e che in seguito persero i loro bambini in seguito a degli aborti. Inoltre queste imbarcazioni sono in pessimo stato, Viaggiano silenziosi, al riparo dei nostri occhi e palesano la loro presenza solo quando si rendono protagonisti di distruzioni di immensa portata.( preso da ambienteevita.it/stop alle carrette del mare). Queste imbarcazioni sono le navi preferite dalle compagnie petroliere perché il loro nolo costa di meno rispetto a quello delle navi più moderne. Poco importa se poi questo risparmio si traduce in terribili danni per la natura e per le persone. Un altro celebre esempio è quello della Prestige, affondata al largo della Galizia. Molti litri di petrolio vennero versate nel mate causando danni molto grandi sia in ambito della flora sia in quello della fauna locale. Questa situazione causò la rottura dell’ ecosistema e rovi la vita amiglioni di persone cambiandola radicalmente e permanentemente. Si potrebbe dire che queste navi sono il principale motivo dell’inquinamento sia atmosferico sia per quanto riguarda quello marino, oltre all’inquinamento proveniente dalle fabbriche di tutto il mondo. Oggi siamo giunti ad una nuova  decisione per quanto riguarda queste tipiche imbarcazioni cioè che non potranno più accedere nei  nostri porti e quando si ritroveranno a navigare nei nostri mari verranno avvita su di esse dei minuziosi controlli per verificare che siano a norma. Questa rappresenta una vera e propria svolta, che traduce in termini politici la consapevolezza sempre più diffusa che non c’è possibilità di affrontare i problemi ambientali senza la volontà di uno sforzo comune.

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Ellis Island

Ecco secondo i registri di Ellis Island ovvero dei registri  che risalgono al tempo del 1900 i miei possibili antenati

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