CARRETTE DEL MARE

CARRETTE DEL MARE                                                                  Di Giacomo Alessia

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Sicilia, senza fine gli sbarchi della fuga carrette del mare da Favignana a Siracusa

Oltre 300 nella sola mattinata. Il primo intervento a Lampedusa, con 77 migranti provenienti soccorsi dalla Capitaneria di porto. Tra loro ci sono otto donne. Poi centocinquanta siriani sbarcano tra Noto e Pachino, poco distante dalle coste siracusane dove i migranti erano stati soccorsi dai bagnanti. E altri cento in fuga approdano ad Aci Castello, a Catania.

E’ emergenza sbarchi in tutta la Sicilia, da Lampedusa a Siracusa, da Favignana a Catania. I migranti arrivano a frotte, in fuga dalle guerre e dalla fame dei loro Paesi di provenienza, secondo un rituale ormai tristemente noto. E la meta è sempre la stessa, la costa siciliana, primo avamposto dell’Europa sognata.

La prima ondata, alle prime luci dell’alba, al largo di Lampedusa: la Guardia costiera ha soccorso 77 migranti provenienti dalle coste africane, tra cui otto donne, a bordo di un gommone-carretta. Dall’imbarcazione, gli immigrati avevano lanciato intorno alla mezzanotte con un telefono satellitare una richiesta d’aiuto alla Capitaneria di porto di Palermo, cui ha fatto seguito l’intervento della motovedetta della guardia costiera, coadiuvata da una nave della Marina militare, a circa 40 miglia dall’isola siciliana.

 

Poco dopo, sulla costa orientale, un barcone con oltre cento immigrati a bordo è stato avvistato a largo di Aci Castello, nei pressi di Catania. L’imbarcazione è stata raggiunta da motovedette della Guardia costiera per essere guidata nel porto di Catania.

 

Dalla Libia all’Italia: il dramma delle carrette del mare verso il sogno europeo

Somali, etiopi, eritrei, sudanesi aspettano da settimane che l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) si esprima sulla loro sorte. Siamo a Medenina, principale città della Tunisia sudorientale dove raccogliamo le storie di uno dei tanti viaggi della speranza partito dalla Libia. La Guardia costiera tunisina ha salvato nel settembre scorso 94 persone che tentavano di raggiungere le coste italiane a bordo di un natante che stava colando a picco.

Berhanu era in quella carretta di fortuna e ci racconta quei momenti drammatici. Per lui e per la sua compagna ha pagato ai trafficanti 1400 euro circa, una delle tariffe meno care. “Dopo due giorni di viaggio, la barca ha cominciato ad avere problemi al motore, che si è rotto. A bordo non c’erano cibo e acqua a sufficienza. Le persone non avevano più nulla da mangiare o da bere. Dopo sei giorni, in molti hanno cominciato a morire. Alcune donne che hanno intrapreso il viaggio incinte, hanno perso il loro bambino, hanno avuto degli aborti. Quando siamo entrati in Tunisia, stavano sanguinando.” Tra i superstiti c‘è anche un bimbo di soli 4 mesi. Dietro il sorriso, si celano grandi tragedie. Violenze sessuali, arresti e costanti violazioni dei diritti umani spingono a lasciare la Libia. E a non voler ritornare. Anche se la vita qui nel campo profughi è difficile. Berhanu ci mostra dove e come vivono gli uomini che vengono separati dalle loro mogli. Il cibo e i servizi igienico-sanitari sono molto carenti. “Dobbiamo risolvere i problemi del nostro Paese, altrimenti le persone una volta tornate in Libia tenteranno di nuovo di andarsene, con altre carrette. Se saranno fortunati, entreranno in Italia, altrimenti moriranno,” è la convinzione di Berhanu.

Ci dirigiamo nel porto tunisino di Zarzis. Da qui, sessanta chilometri da Medenina, sono partiti molti barconi con migranti provenienti dalla Libia e diretti in Italia. Sfidare il mare, arrivare sulle coste italiane e tentare la fortuna in Europa. Questo, per molti, ha rappresentato l’unico futuro possibile dopo la cosiddetta “rivoluzione” del 2011 che ha provocato la caduta del regime di Gheddafi. Ma oggi non è più così, i controlli sulle coste sono stati intensificati. A Zarzis sono numerose le famiglie nelle quali uno dei componenti ha sfidato il mare. I sopravvissuti al naufragio hanno accusato una nave militare tunisina di aver deliberatamente speronato la barca per farla affondare, causando la morte di una trentina di passeggeri.

Le denunce dei familiari delle vittime sono rimaste inascoltate. Chiedono giustizia e sollecitano anche l’Unione Europea affinché affronti il dramma del Mediterraneo dopo l’ultimo tragico naufragio a largo di Lampedusa.

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